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A RISCHIO AFFITTO A CANONE CALMIERATO

di Giorgio Spaziani Testa, presidente di Confedilizia 20 Dicembre 2018

Per la prima volta da tre anni a questa parte, nella legge di bilancio non c’è la norma che, “al fine di contenere il livello complessivo della pressione tributaria”, vietava a Regioni ed Enti locali di “deliberare aumenti dei tributi nonché delle addizionali ad essi attribuiti con legge dello Stato”.

Lo sblocco degli aumenti disposto dal Governo mette a rischio, fra l'altro, il comparto dei contratti di locazione abitativa cosiddetti “concordati”, vale a dire quelli il cui canone è calmierato dagli accordi fra le organizzazioni dei proprietari e degli inquilini.

Si tratta di quella speciale categoria di contratti di locazione nata vent’anni fa sulla base di un patto molto chiaro: canoni al di sotto di quelli di mercato in cambio di agevolazioni fiscali per i proprietari.

Dopo la manovra Monti del 2011, la tassazione locale su questi immobili si è addirittura quadruplicata, con l’Imu e poi con la Tasi. E l’appetibilità degli affitti a canone calmierato si è molto affievolita, tanto che si è tentato di limitare il danno riducendo l'aliquota della cedolare (ma l’aliquota ridotta scadrà alla fine del 2019, mentre andrebbe stabilizzata perché sia ancora incentivante).

Ora, il rischio è che i Comuni sfruttino la possibilità loro concessa dalla manovra aumentando le aliquote proprio per questi immobili, visto che sono fra i pochi con livelli di Imu e Tasi ancora inferiori al massimo (in alcune città la tassazione potrebbe crescere di oltre il 150%). Con l'effetto di spingere i proprietari a scegliere i contratti a canone libero.

Forse è il caso di ripensarci.

Letto su Monitorimmobiliare.it

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