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Affitti - Locazioni

AFFITTI TURISTICI

Estate 2015: tendenze e prezzi per le case vacanza

Quello degli affitti turistici è un mercato che riscuote moltissimo successo, e non solo ad agosto, quando gli hotel sono pieni e prendere un appartamento per le vacanze consente di risparmiare notevolmente, ma anche nei primi mesi d'estate. Secondo il portale Casevacanza.it, partner di Immobiliare.it e leader nel settore delle case vacanza in Italia, ben il 40% degli italiani decide di partire per le ferie tra giugno e luglio, evitando l'affollamento e i prezzi del più comune mese di agosto.

Il sito ha monitorato le prenotazioni per i primi due mesi della bella stagione, scoprendo come Puglia ed Emilia Romagna siano in cima alle preferenze sia per giugno che per luglio, seguite da Toscana e Sicilia. Nonostante le due regine indiscusse dell'estate 2015, si può affermare che i flussi turistici si distribuisco in maniera capillare su tutto il territorio nazionale, benchè le due grandi isole, nonostante il loro meraviglioso mare, paghino lo scotto di trasporti non proprio efficienti e molto costosi.

Per quanto riguarda il trend dei prezzi degli affitti di case vacanze, a giugno chi parte potrà godere di tariffe leggermente più basse: partendo dai 50 euro a notte per Bellaria-Igea Marina, si arriva a 100 euro per una notte nella meravigliosa isola di Favignana. Questa si conferma la meta più cara tra le più gettonate anche per luglio, con prezzi che arrivano a 120 euro. Nel mese centrale dell'estate, luglio, delle mete più prenotate Vieste e San Teodoro sono le più economiche e qui bastano 60 euro a notte.

Fonte: Immobiliare.it

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APE - SI CAMBIA

Fra poco meno di un mese entrerà in vigore il nuovo Attestato di Prestazione Energetica, le cui linee guida sostituiranno quelle emanate dal DM 26 giugno 2009. Fra le principali novità, l'introduzione di un attestato unico per tutto il territorio nazionale e l'aumento del numero delle classi energetiche degli edifici.
Vediamole tutte.
Un unico APE semplificato e valido su tutto il territorio nazionale. E' la novità che gli operatori del settore immobiliare ed edilizio, nonché i proprietari di case in vendita o in affitto, stanno attendendo da mesi. E ormai manca davvero poco all'iscrizione in Gazzetta Ufficiale del decreto del Ministero dello Sviluppo Economico che riscrive la normativa sull'Attestato di Prestazione Energetica, al debutto il 1° luglio 2015.

Lo scorso 27 maggio è stata diffusa una bozza aggiornata delle nuove linee guida nazionali per l'attestato indispensabile a determinare l'efficientamento energetico degli immobili, le quali sostituiranno quelle per la certificazione energetica in vigore dal 26 giugno 2009.

Molte sono le novità in arrivo il 1° luglio; la principale consiste nel fatto che la certificazione sarà unica e valida per tutto il territorio italiano, con una metodologia di calcolo omogenea, al quale le Regioni e le province autonome che non abbiano ancora provveduto a recepire la direttiva 2010/31/Ue si dovranno adeguare entro due anni.
Ma vediamo cos'altro cambia:

◾Il nuovo attestato dovrà contenere la prestazione energetica complessiva del fabbricato, sia in termini di energia primaria totale che di energia primaria non rinnovabile, che servirà a determinare la classe energetica dell'edificio. Inoltre dovrà includere le emissioni di anidride carbonica, l'energia esportata e la qualità energetica della struttura, utile per favorire la riduzione dei consumi energetici legati al riscaldamento e al raffrescamento.
◾Dovrà contenere inoltre le indicazioni per migliorare l'efficienza energetica dell'immobile, differenziando gli interventi di ristrutturazione edilizia da quelli di riqualificazione energetica, e le informazioni su eventuali incentivi finanziari per realizzarli.
◾Verrà aumentato il numero delle classi energetiche, che passano da sette a dieci: quindi dalla migliore (A4) alla peggiore (G).
◾Per quanto riguarda gli annunci immobiliari, verrà introdotto uno schema di annuncio per la vendita e per la locazione che contiene informazioni uniformi sulla qualità energetica degli edifici. In tale schema saranno riportati anche gli indici di prestazione energetica parziali (come quello riferito all'involucro, quello globale e la relativa classe energetica corrispondente) e per facilitare la comprensione del documento ai non tecnici verranno impiegati dei simboli grafici.
◾L'Enea, l'Agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l'energia e lo sviluppo economico sostenibile, disporrà sul suo sito una sezione nella quale si troveranno indicazioni circa le tecnologie e i costi per l'incremento della prestazione energetica degli edifici, oltre ad elencare gli incentivi nazionali e regionali. Verranno fornite anche statistiche sugli Attestati, come il numero di APE registrati, controllati, validati e la loro distribuzione per classe energetica.
◾Sarà predisposto un sistema informativo comune per tutto il territorio nazionale denominato SIAPE nel quale confluiranno i dati relativi agli APE, che comprenderà la gestione di un catasto unificato degli APE, degli impianti termici e dei relativi controlli.

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AFFITTI E TASSE

 Niente dichiarazione Tasi per gli inquilini.
Scritto da Chiara Bianchi

Nel caos che anche quest'anno sembra anticipare il pagamento del primo acconto Tasi, arriva una certezza che rappresenta anche una bella novità per gli inquilini, i quali non saranno tenuti a presentare la dichiarazione per la tassa sui servizi indivisibili in caso di contratto successivo al 1 luglio 2010.

La notizia arriva dalla Circolare 2/DF/2015 del Ministero del Tesoro: gli inquilini che hanno un contratto registrato dopo il 1 luglio 2010 non sono tenuti a presentare la dichiarazione Tasi entro il 30 giugno.
Per il ministro dell'Economia, infatti, l'obbligo dichiarativo Tasi è uguale a quello Imu poiché le informazioni necessarie al Comune per il controllo dell'onere tributario sono identiche. Dunque valgono le stesse regole stabilite dal decreto ministeriale 30 ottobre 2012, per cui la dichiarazione non va presentata nuovamente se a suo tempo era già stata fatta quella relativa all'Imposta Municipale Unica, a meno che nel frattempo non siano incorse variazioni significative registrate al 31 dicembre 2014. Inoltre, come dicevamo, si salvano dall'obbligo anche i contratti successivi al 2010 perchè, a partire da tale momento, i dati catastali sono stati trasmessi all'Agenzia delle Entrate in sede di registrazione dei contratti secondo il D.L. 31 maggio 2010 n.78, mentre permane l'obbligo dichiarativo in caso i dati catastali non siano stati comunicati al momento della cessione, della risoluzione o della proroga dei contratti antecedenti l'anno 2010. Infine si salvano dall'onere di consegna della dichiarazione anche quegli inquilini che hanno locato l'immobile in un Comune il quale abbia previsto, ai fini dell'applicazione dell'aliquota ridotta, specifiche modalità per il riconoscimento dell'agevolazione, consistenti nell'assolvimento da parte del contribuente di particolari adempimenti formali, fra cui ad esempio la consegna del contratto di locazione o la presentazione di un'autocertificazione.

Un passo in avanti verso la semplificazione della vita della maggior parte degli inquilini contribuenti, in vista della riforma della tassazione sul mattone che dovrebbe unificare Imu e Tasi e considerando anche il fatto che, per gli enti non commerciali, esiste già un unico modello con il quale viene assolto sia l'obbligo dichiarativo Tasi che quello Imu.

Fonte: Bolgaffitti.it

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CEDOLARE SECCA

 Si può applicare anche quando l'inquilino è una Srl.
 di Chiara Bianchi

Le normative legate alla fiscalità immobiliare non sempre sono di facile interpretazione, e anche per gli addetti ai lavori a volte può essere utile ribadire le prassi più corrette da seguire. Come nel caso della recente sentenza della Commissione tributaria provinciale di Milano, che ha confermato l'ammissione della cedolare secca anche nel caso l'inquilino non sia una persona fisica ma una Srl, in barba all'interpretazione dell'Agenzia delle Entrate.
Succede che, nonostante esista una normativa specifica come il Dlgs 23/2011 che ha istituito la cedolare secca, spesso le mille pieghe della fiscalità immobiliare abbiano necessità di ulteriori chiarimenti e, per questo, un contribuente si ritrovi a fare ricorso per annullare l'atto impositivo di pagamento impugnato dall'ufficio delle Entrate competente. Ciò che viene fuori da questa storia è il chiarimento definitivo contenuto nella sentenza 3529/25/15 della Commissione tributaria provinciale di Milano in merito alla legittimità dell'utilizzo della cedolare secca nel caso in cui l'inquilino non sia un persona fisica, bensì una società a responsabilità limitata.
Il caso si è proposto quando una contribuente, locatrice di un immobile a destinazione abitativa affittato a una Srl, si è vista recapitare un avviso di liquidazione con ingiunzione di pagamento dell'imposta di registro annuale sul contratto di locazione, maggiorata di sanzioni e interessi. Ora, avendo la contribuente usufruito della cedolare secca, ha ritenuto l'onere dell'imposta di registro assorbito dall'opzione, come previsto dall'art.3 del Dlgs 23/2011. Ma la contestazione, nel caso specifico, riguardava il fatto che il conduttore fosse una Srl e non una persona fisica, in contrasto quindi con l'interpretazione dell'Agenzia delle Entrate data nella Circolare 26/E/2011, dove si legge che il regime fiscale alternativo non è applicabile a quei contratti di locazione "conclusi con conduttori che agiscono nell'esercizio di attività di impresa o di lavoro autonomo, indipendentemente dal successivo utilizzo dell'immobile per finalità abitative di collaboratori e dipendenti".

La sentenza dei giudici milanesi a conclusione della controversia, accogliendo il ricorso della contribuente, ribalta l'interpretazione dell'AdE classificandola come parere non vincolante dal momento che non trova fondamento nel Dlgs 23/2011, dove si parla dell'obbligatorietà della persona fisica solo in riferimento al locatore. I requisiti fondamentali ai fini della validità dell'opzione restano dunque quelli esplicitati nell'articolo 3 del Decreto: ossia che il locatore (non il conduttore!) sia una persona fisica e che la locazione abbia finalità abitativa.
Ricordiamo che di recente è stata espressa una sentenza simile dalla Commissione tributaria provinciale di Reggio Emilia in relazione al ricorso della cedolare secca nei contratti di affitto a uso foresteria.

Fonte: Blogaffitti.it

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L'AFFITTO CONVIENE

Tre luoghi comuni sull'affitto da sfatare: il mercato della locazione spiegato in breve
Scritto da Andrea Saporetti

L'immobiliare è uno di quei settori in cui tutti sanno sempre tutto: chi non ha un vicino di casa, un amico o un parente che deve comprare casa, che sta cercando in affitto, che "lo so bene come funzionano le cose". L'affitto non è immune dalla chiacchiera da bar: proprio come la Nazionale, che ha milioni di allenatori, anche per la locazione tutti sono agenti immobiliari, proprietari o inquilini. Tre semplici infografiche ci aiutano a sfatare alcuni luoghi comuni sull'affitto oggi.

Di case e immobili, tasse sulla casa, vendite e affitti si parla in ogni dove, dalla tv ai giornali.

È di gran lunga il settore di maggiore interesse nei programmi di approfondimento. Non c'è tg che non parli di IMU, TASI, TARI con cadenza periodica. I borsini con le quotazioni immobiliari popolano i giornali, non importa se cartacei o web. Da lì si diffondono dati, opinioni, interpretazioni, argomentazioni, prediche. Finché tutti fanno una gran confusione, ognuno tira l'acqua al proprio mulino, i fischi diventano fiaschi e nessuno più sa bene come vadano veramente le cose.
L'affitto, settore meno dibattuto dell'immobiliare, non è immune da questo difetto. Con l'aggravante che pochi ne parlano (certamente non noi di Blogaffitto, che ne facciamo il nostro argomento quotidiano!) e i dati sono merce rara da trovare. Il che incentiva le dicerie, a discapito della realtà. L'opinione vince sulla realtà e diventa, in men che non si dica, luogo comune.
Questo accade, almeno, finché qualcuno non tira fuori i numeri. Pochi e ben chiari, con i dati le chiacchiere stanno a zero. Sfatiamo dunque tre luoghi comuni che ogni professionista dell'affitto si sente di tanto in tanto tirare fuori da amici, parenti e clienti.

1) "Gli affitti vanno male, in questi ultimi anni, non è vero?"
L'esperto dei massimi sistemi è sempre dietro l'angolo. Ha sentito al telegiornale che le vendite in questi anni sono calate, quindi l'immobiliare è in crisi, quindi pure gli affitti saranno in crisi, no? E poi c'è la crisi, che coinvolge tutti i settori, perciò, come direbbe Hegel, la notte è nera e tutte le vacche (anche quelle bianche) diventano nere.
Ebbene no!
Gli affitti in questi anni –brutto a dirsi, ma vero- hanno beneficiato della crisi delle compravendite. Dal 2007 in avanti il numero di compravendite residenziali in Italia si è praticamente dimezzato e solo da fine 2014 la tendenza sembra cambiare, volgendo al bel tempo.
Per gli affitti sono stati invece anni buoni: tanti proprietari, scoraggiati dal momento di mercato a cercare di vendere, hanno deciso di proporre il proprio immobile in affitto. E le titubanze spesso sono state spazzate via dall'avvento dell'IMU, che sulle seconde case sfitte è generalmente salatissima.
Dall'altra parte, tante famiglie impossibilitate ad accedere al mutuo e a comprare casa hanno dovuto rivolgersi, almeno temporaneamente, alla locazione, aumentando progressivamente il numero di contratti di affitto nel nostro Paese: secondo i dati FIAIP, circa un +36% nel corso degli ultimi 7 anni.

2) "Mettere in affitto non conviene, ti mangiano tutto con le tasse"
Le tasse sono da sempre il problema dei proprietari di casa. E in particolare di quelli che mettono a reddito la propria casa con l'affitto.
Qualsiasi agente immobiliare che si rispetti ha sentito dal locatore di turno la fatidica frase "o da questo appartamento prendo X€, o la tengo sfitto, che con quello che ci pago di tasse quasi neanche mi conviene". Giusto come ragionamento?

Falso, anzi falsissimo!

Oggi la cedolare secca è un'alternativa economica e molto vantaggiosa per i proprietari che scelgono l'affitto per la propria seconda casa.
Con aliquota del 21% per i contratti di locazione liberi 4+4 e del 10% per i contratti di locazione a canone concordato, l'affitto rappresenta ormai la forma di reddito con la tassazione più conveniente, tanto rispetto ai redditi da lavoro dipendente o da lavoro autonomo (dove l'aliquota minima è il 23%), quanto rispetto alle altre forme di investimento immobiliare o finanziario, come dimostrato da una recente analisi del franchising Solo Affitti.

3) "Gli affitti sono cari...e poi sono aumentati un sacco ultimamente!"
L'inflazione è stata un fenomeno dilagante nel settore immobiliare degli anni Novanta e Duemila, nel nostro paese. Tanto per le vendite quanto per le locazioni. Ma il caro affitti è ancora un problema all'ordine del giorno per chi cerca casa?

Decisamente no.

Si può disputare a lungo se i prezzi degli affitti siano troppo alti e su quale sia un livello di affitto giusto per una certa città piuttosto che per un'altra. Ma un dato è chiaro: negli ultimi anni i canoni di locazione non sono affatto saliti, quanto piuttosto scesi. E i proprietari che non si sono adeguati al ribasso spesso non sono riusciti a trovare un inquilino per il loro immobile, vista l'abbondante offerta di case da affittare.
L'Ufficio Studi di Solo Affitti lo ha registrato nell'annuale rilevazione statistica sul mercato delle locazioni: complessivamente, dal 2009 al 2014, il calo nelle principali città si è aggirato attorno al -12,5%, passando da un canone medio di quasi 580€ a poco più di 500€. Questo significa che le condizioni di mercato permettono all'inquilino, sullo stesso immobile, un risparmio medio di oltre 850€ all'anno.
L'inflazionite è una malattia difficile da curare, ma le statistiche parlano chiaro.

Fonte: Blogaffitti.it

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MEDIAZIONE CIVILE

Obbligatoria per l'affitto, ma inutile per trovare un accordo tra le parti 
Scritto da Andrea Saporetti
Prima messa, poi tolta, poi rimessa. È stato piuttosto travagliato l'iter della conciliazione obbligatoria, introdotta a partire dal 2011 nel nostro paese. Un istituto che avrebbe dovuto permettere a molte controversie di essere risolte in maniera extragiudiziale, con riduzione del numero di cause per il nostro sistema giudiziario, costi contenuti per le parti, tempistiche per dirimere le controversie abbattuti. Alla prova dei fatti, purtroppo, l'efficacia sembra però piuttosto ridotta: vediamo perché.

Introdotta il 20 maggio 2011, oltre un anno dopo che era stata approvata dal Consiglio dei Ministri dell'allora governo Berlusconi con il D.Lgs. 28/2010.

Bocciata dalla Corte Costituzionale nell'ottobre del 2012 per difetto di delega, dopo una partenza un po' in sordina.

Reintrodotta dal D.L. 69/2013 (il cosiddetto "Decreto del Fare" del Governo Letta) e di nuovo obbligatoria, quindi, dal 20 settembre di quell'anno fino a tutt'oggi.

È la mediazione civile obbligatoria, tentativo che la legge impone alle parti in causa per gestire preventivamente le controversie legate a specifiche materie civilistiche (in ambito bancario, assicurativo, successorio, immobiliare, condominiale, medico, etc.).

Una via extra-giudiziale che si propone di cercare di risolvere dispute senza dover per forza ricorrere ad un giudice, sgravando la lite dei relativi tempi biblici per venirne a capo e alleggerendo il peso della giustizia italiana di tante piccole e meno piccole cause civilistiche che un mediatore accreditato può cercare, soprattutto negozialmente, di dirimere.

Un sistema che si è scelto di rendere obbligatorio, per incentivarne l'utilizzo e rendere credibile, in qualche modo, il tentativo di bypassare la via giudiziaria.

Infatti, essendo necessario per le parti il (più o meno piccolo) investimento per espletare il tentativo di conciliazione, un motivo per provarci a trovare un accordo dovrebbe quantomeno esserci. Anche perché, si sa, in Italia evitare un processo (anche civile) fa risparmiare tempo – anni, non mesi generalmente – e quindi denaro.

Eppure, nulla. Il gioco non sembra valere la candela per gli italiani.

È quanto emerge da una analisi effettuata dall'Ufficio Studi Solo Affitti sui dati riguardanti le mediazioni civili contenuti nell'"Osservatorio Unioncamere sulla mediazione e la conciliazione – 2014".

Se infatti appare evidente come la mediazione civile siano sempre più diffuse nel nostro paese (da meno di 44.000 a dicembre 2013 a oltre 63.500 dodici mesi dopo), sconfortante è il riscontro sull'efficacia delle mediazioni civili gestite dagli enti di conciliazione delle Camere di Commercio.

L'Osservatorio Unioncamere, infatti, rileva – questo è vero – che quando le parti compaiono nei procedimenti di mediazione camerale proposti da una delle parti, in oltre 1/4 dei casi (per la precisione nel 27% dei procedimenti con comparizione della controparte) viene raggiunto un punto di incontro tra i contendenti e la lite non necessita quindi il ricorso al giudice.

Il dato sconfortante, però, è che questo 27% di successi non si riferisce a tutte le liti, ma solo a quelle in riferimento alle quali sono comparse davanti all'organismo di conciliazione camerale entrambe le parti. Che rappresenta solo il 42% del totale dei casi. Insomma, in quasi 6 casi su 10 la controparte invitata ad una trattativa neppure si presenta, rendendo vano il tentativo di cercare un accordo per vie stragiudiziali.

Pare quindi più una formalità che una soluzione valida, finora, questo sistema di mediazione obbligatorio. Molte cause civili – tra le quali quelle di cui questo blog si occupa di frequente, ovvero quelle legate alla locazione (attenzione: non quelle relative agli sfratti, che rimangono esclusivamente demandate al giudice!) – sono per lo più destinate a risolversi solamente in tribunale, in sede giudiziale.

Il che, nonostante le finalità sicuramente lodevoli che stanno alla base dell'istituto della mediazione civile obbligatoria, determinano nei fatti nel 90% dei casi un semplice aggravio dei costi per una o entrambe le parti in causa, senza riuscire a conseguire il risparmio in termini di spese processuali e legali e di tempo perso in giro per tribunali.

Vale quindi la pena chiedersi, a quattro anni dall'introduzione della conciliazione obbligatoria: che sia il caso di rivedere l'obbligatorietà, visti gli scarsi risultati?

Fonte: Bolgaffitti.it

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LAVORI STRAORDINARI AI LOCALI AFFITTATI

A cura di Matteo Rezzonico11-05-2015


DOMANDA
Un contratto di locazione commerciale (relativo a un bar) è stato stipulato nel 1996 e scadrà nel 2019. Da una informale visita dell'Asl, chiesta nella prospettiva di una possibile vendita della mia licenza, ho scoperto che sorge l'obbligo di lavori di manutenzione straordinaria (porte, bagni), senza i quali il nuovo conduttore non potrebbe riaprire l'esercizio. Il locatore non ha intenzione di adeguarsi e, di conseguenza, io sarei impossibilitata a vendere la mia attività: che cosa posso fare?


RISPOSTA
Purtroppo le carte in mano della lettrice – salvo esame del contratto - non sono particolarmente favorevoli. Infatti, l'inquilino non può pretendere l'esecuzione, da parte del locatore, di opere strutturali di adeguamento dei locali economicamente rilevanti (rifacimento e adeguamento dei bagni e delle porte). Al più, il conduttore può chiedere la riduzione del corrispettivo o la risoluzione del contratto, a norma dell'articolo 1578 del Codice civile, oltre all'eventuale risarcimento del danno, in caso di colpa del locatore (che però nella specie sembrerebbe non sussistere). In tema, la giurisprudenza ha avuto modo di puntualizzare che «l'obbligo del locatore di effettuare le riparazioni necessarie a mantenere l'immobile in buono stato locativo, di cui all'articolo 1576 del Codice civile, riguarda gli inconvenienti eliminabili nell'ambito delle opere di manutenzione e, pertanto, non può essere invocato per rimuovere guasti o deterioramenti, rispetto ai quali la tutela del locatario (cioè dell'inquilino, nde) resta affidata alle disposizioni dettate dagli articoli 1578 e 1581 del Codice civile» (Cassazione, 25 maggio 2010, n. 12712).In tale contesto, nulla vieta però all'inquilino – dopo avere ottenuto la risoluzione del contratto - di trasferirsi in altri locali (possibilmente nelle vicinanze) per poi cedere l'attività a terzi, o di cercare un accordo con il locatore che preveda, esemplificativamente, l'esecuzione delle opere in questione da parte del conduttore, in cambio della riduzione del canone e/o l'esecuzione delle opere da parte del locatore in cambio di un aumento dell'affitto (articolo 1322 del Codice civile).

Fonte: Casa24Plus

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CHI VIVE IN AFFITTO HA DIRITTO ALLA RESIDENZA

Il locatore - anche ove abbia mantenuto la residenza all'interno dei locali affittati - non può impedire all'inquilino (e alla sua famiglia) il trasferimento della residenza. Tanto più che - a tenore dell'articolo 46 del Dpr 28 dicembre 2000, n. 445, testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia di documentazione amministrativa, recante "dichiarazioni sostitutive" - la residenza è comprovata, nei confronti della pubblica amministrazione, «...con dichiarazioni, anche contestuali all'istanza, sottoscritte dall'interessato e prodotte in sostituzione...». E tanto più che un eventuale controllo da parte del Comune sarebbe favorevole all'inquilino che detiene i locali.Si tenga anche presente, senza scomodare l'articolo 16 della Costituzione, secondo cui ogni cittadino può circolare e soggiornare liberamente in qualsiasi parte del territorio nazionale, che per l'articolo 43, secondo comma, del Codice civile «la residenza è nel luogo in cui la persona ha la dimora abituale». In tema, la giurisprudenza ha puntualizzato che «la residenza di una persona, secondo la previsione dell'articolo 43 del Codice civile, è determinata dall'abituale e volontaria dimora in un determinato luogo, che si caratterizza per l'elemento oggettivo della permanenza e per l'elemento soggettivo dell'intenzione di abitarvi stabilmente» (Cassazione, 1° dicembre 2011, n. 25726).In ogni caso, si evidenzia che la pattuizione di una durata del contratto inferiore a quella prevista dall'articolo 2, comma 1, della legge 431/1998, cioè di quattro anni più quattro, è illegittima, a norma dell'articolo 13, comma 3, della legge stessa, per il quale «è nulla ogni pattuizione volta a derogare ai limiti di durata del contratto stabiliti dalla presente legge». L'articolo 2, comma 1, della legge 431/1998 dispone infatti che «le parti possono stipulare contratti di locazione di durata non inferiore a quattro anni, decorsi i quali i contratti sono rinnovati per un periodo di quattro anni...».Ove le parti avessero inteso stipulare un contratto "transitorio" – sempreché ne sussistano i presupposti (il che, nel caso descritto, non sembrerebbe) – avrebbero dovuto fare riferimento all'articolo 5, comma 1, della legge 431/1998, all'articolo 2 del decreto del ministero delle Infrastrutture e dei trasporti 30 dicembre 2002, e agli accordi locali tra le associazioni di categoria maggiormente rappresentative dei proprietari e degli inquilini.

Fonte: Casa24Plus

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