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CHIUSURE DOMENICALI

Dodici chiusure obbligatorie all’anno tra domeniche e festività comandate, religiose o civili. Questa è anche la posizione Assofranchising che sostiene la mediazione proposta da ConfcommercioConfesercentiFederdistribuzione e dalle Cooperative Bianche, associazioni che raggruppano e rappresentano nel complesso oltre 1 milione di imprese fra aziende e punti di vendita e danno lavoro a 4 milioni di persone.

Più prudente Massimo Moretti, presidente Cncc (Consiglio nazionale dei centri commerciali) che, pur non discostandosi del tutto dalla possibilità di una mediazione sulla soglia numerica delle 12 chiusure, ritiene comunque un danno economico sacrificare anche poche domeniche sull'altare della regolamentazione.

In posizione molto conflittuale, per non dire irriducibile, restano per ora Confimprese e Ancd-Conad, che non ritengono possibile né accettabile alcun tipo di trattativa che non coincida con l'autodeterminazione imprenditoriale sancita dalla deregulation.

Ricordiamo che la mediazione 12 (8+4, cioè 8 festivi chiusi e 4 domeniche da decidere previo accordo tra Regioni, associazioni di categoria e sindacati) è rimasta, delle 4 opzioni sul tavolo, quella più ragionevolmente adottabile in alternativa allo status vigente. E non c'è bisogno di un genio per capire che la mediazione 12 è di gran lunga preferibile alle altre 3 opzioni: 26 chiusure annuali su 52 domeniche, o negozi chiusi dalle 22 alle 7 del mattino (ma tutti i giorni).

Tutti d'accordo sul fatto che prevedere una distinzione su basi dimensionali o di categoria tra chi può aprire e chi deve chiudere, appare un tantino discriminatorio: i limiti alle aperture domenicali varrebbero solo per supermercati e centri commerciali. I negozi fino a 150 mq nei comuni fino a 10.000 abitanti, e i punti di vendita sotto i 250 mq nei centri con oltre 10.000 abitanti fuoriescono dall'obbligo di chiusura. Così come i negozi dei comuni turistici.

La cosa davvero preoccupante sono le sanzioni amministrative che, dalle 2.000 euro previste dalla normativa precedente alla liberalizzazione, potrebbero salite a una forchetta compresa tra 10.000 e 60.000 euro.

Oltre a questo, Assofranchising chiede e auspica che vengano analizzate altre questioni fondamentali per il buon andamento del commercio al dettaglio: una regolamentazione della web tax, politiche per la rivitalizzazione dei centri urbani e nessuna clausola di salvaguardia o aumento dell’Iva.

"Non è abbassando le saracinesche che si tutelano i lavoratori e si favorisce la ripresa del commercio –commenta Italo Bussoli, Presidente di Assofranchising–. Considerando i numeri che queste associazioni complessivamente generano, l’impatto sul sistema economico-occupazionale sarebbe enorme. Gli esercizi commerciali offrono per loro stessa natura un servizio al consumatore, e si auspica che esso sia libero di scegliere le modalità per poter fruire di questo servizio, proprio per i principi che regolano la libertà di impresa. La stabilità dell’Iva e una regolamentazione dei servizi di eCommerce in materia di fiscalità, porterebbero certamente a un sano sistema di concorrenza in cui lo shopping online non si sostituirebbe più al negozio fisico, ma anzi ne diventerebbe un valido alleato. Diversamente, un aumento delle imposte e poca legislatura attorno alla tassazione dei colossi del web, creerebbe senza dubbio un’ulteriore flessione dei consumi che stanno lentamente riprendendo".

Assofranchising rappresenta dal 1971 le insegne che operano in Italia con la formula del franchising, un settore del commercio al dettaglio che dà lavoro a 200.000 addetti e produce un giro di affari di oltre 24 miliardi di euro.

Letto su MARK UP



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